A giugno ho avuto l’opportunità di partecipare alla conferenza UX London 2026, uno degli eventi di riferimento più importanti per la community internazionale della User Experience.
Questo evento mi ha ricordato uno dei motivi per cui amo partecipare a conferenze come questa: non si tratta solo di imparare nuovi metodi o raccogliere idee da riportare in azienda, ma di mettere in discussione il modo in cui guardiamo alle persone per cui progettiamo.
Da user researcher, spesso passo le giornate a cercare di comprendere comportamenti, bisogni e punti di vista diversi dai miei. Per questo motivo, il filo conduttore della giornata – l’importanza di osservare il mondo da prospettive molteplici – mi è sembrato particolarmente interessante.
Tra tutti gli interventi della giornata, quello di Michael Kibedi è stato probabilmente quello che mi ha lasciato più domande aperte.
Partendo da una semplice provocazione “Whose English gets to be default?”, ossia “Quale inglese viene considerato la norma?”, Kibedi ci ha invitato a riflettere su come i bias legati agli accenti siano stati incorporati nelle tecnologie vocali che utilizziamo ogni giorno.
Quante volte abbiamo sentito qualcuno raccontare di non essere stato compreso da un assistente vocale? O magari ci siamo trovati noi stessi a cambiare pronuncia o ripetere una frase per essere capiti da una macchina?
Sebbene il talk fosse incentrato sulla lingua inglese, mi è stato impossibile non pensare a quanto questa riflessione sia applicabile anche al contesto italiano. Dopotutto, l’italiano che si parla a Milano non suona come quello di Napoli, Palermo o Bari. I nostri accenti raccontano provenienze, storie e identità diverse, eppure spesso tendiamo a considerare alcune varietà linguistiche come più “neutre” o standard di altre. Se queste gerarchie esistono nella società, è inevitabile chiedersi se finiscano per riflettersi anche nei sistemi tecnologici che progettiamo e utilizziamo.
La cosa interessante è che Kibedi non presenta questi episodi come semplici problemi tecnici. Ci invita invece a considerarli come il risultato di decisioni progettuali e culturali: quali voci vengono raccolte nei dataset? Quali accenti sono rappresentati? Quali varietà linguistiche vengono considerate la norma?
Come ricercatrice, mi ha colpito soprattutto il parallelismo con il nostro lavoro quotidiano. Quando reclutiamo partecipanti, costruiamo personas o definiamo segmentazioni, stiamo continuamente facendo scelte su chi includere e chi rischia di rimanere ai margini. Le tecnologie vocali rendono queste scelte particolarmente visibili, ma il principio vale per qualsiasi prodotto digitale.
Quando i pregiudizi diventano algoritmi
Un altro passaggio che ho trovato particolarmente interessante riguarda il crescente interesse verso sistemi che promettono di dedurre emozioni, personalità o altre caratteristiche individuali dalla voce.
Kibedi ci ha invitato a essere prudenti davanti a queste promesse.
Possiamo davvero inferire aspetti profondi dell’identità di una persona dal modo in cui parla? Oppure stiamo semplicemente trasformando stereotipi culturali in modelli computazionali?
Negli ultimi anni abbiamo visto crescere enormemente l’interesse verso l’AI e l’automazione, ma interventi come questo ci ricordano che l’innovazione non può essere separata da una riflessione critica sulle sue conseguenze.
Il valore dei futuri “polyvocal”
La conclusione del talk mi è sembrata particolarmente ispirante.
Kibedi ha parlato di polyvocal futures: futuri in cui la pluralità di accenti, dialetti e modi di esprimersi non venga vista come un problema da correggere, ma come una ricchezza da accogliere.
Mi sono ritrovata a pensare che questa idea potrebbe essere applicata ben oltre le interfacce vocali. In un settore tecnologico sempre più guidato dall’intelligenza artificiale, dovremmo chiederci più spesso chi viene rappresentato nei sistemi che costruiamo e chi rischia invece di rimanere ai margini. Ogni scelta progettuale, tecnologica o organizzativa incorpora una visione del mondo: riconoscerlo è il primo passo per costruire soluzioni inclusive.
Credit to: Graziella Dramisino

