Nella cultura aziendale, la prevenzione viene spesso percepita come un costo più che come un investimento. Di conseguenza, tutto ciò che non è strettamente obbligatorio tende a essere rimandato o affrontato con il minimo sforzo necessario. Il backup non fa eccezione.
Tutti, in linea di massima, sanno cos’è un backup, ma la sua definizione rimane un concetto molto teorico, “conservare copie dei dati per poterli ripristinare in caso di perdita”.
Una garanzia di continuità di cui ci si ricorda solo nel momento di effettivo bisogno.
In realtà, il backup moderno può e deve rappresentare molto di più.
Il backup non è un adempimento. È un asset strategico!
Se affrontato con un approccio orientato alla prevenzione, la gestione dei backup può trasformarsi in uno strumento di governance del dato e di business intelligence, capace di offrire una visione completa e misurabile della resilienza aziendale, sia dal punto di vista tecnico che operativo.
Per arrivare a questo livello di maturità è però necessario comprendere quali siano le criticità reali che oggi limitano le organizzazioni.
Le Sfide Concrete
Analizzando il mondo del backup dall’interno, emergono 6 grandi “criticita” trasversali che rendono la gestione dei dati rischiosa e inefficiente.
- La “restore anxiety” (l’ansia da ripristino): Tutti fanno i backup, quasi nessuno fa i test di ripristino. Le aziende si cullano nella falsa sicurezza dei “semafori verdi” sulla dashboard (“Job completed successfully”), ignorando che un backup non fatto, corrotto o incompleto è, di fatto, inutile. Nella realtà, un’altissima percentuale di tentativi di ripristino fallisce proprio nel momento del bisogno. Questo accade perché mancano tempo e risorse per testare in modo massivo il recupero dei dati prima che si verifichi un disastro.
- Il “data sprawl” e la frammentazione ibrida: I dati non vivono più in un solo posto, ma sono sparsi ovunque: on-premises, su cloud diversi (AWS, GCP, Azure), su piattaforme SaaS e sui laptop dei dipendenti. Gestire questi silos frammentati senza un’unica schermata di controllo (single pane of glass) è quasi impossibile. Il risultato è la nascita dello “Shadow IT”: dati critici che risiedono su servizi cloud di cui l’IT centrale ignora l’esistenza e su cui non ha alcun controllo reale.
- Il backup come primo bersaglio del ransomware: Un tempo il backup era l’assicurazione sulla vita, oggi è il primo obiettivo degli hacker. I moderni attacchi ransomware (come LockBit) sono progettati per cercare e distruggere i backup prima di cifrare i dati di produzione, costringendo l’azienda a pagare. Molte organizzazioni operano ancora con architetture di backup non isolate, prive di meccanismi di immutabilità, rendendo l’intera strategia di protezione vulnerabile.
- Il divario tra aspettative di business e realtà IT: Poiché il backup è considerato “roba da tecnici”, si crea un pericoloso disallineamento. Il business assume tempi di ripristino di pochi minuti, mentre l’IT sa che, in molti casi, potrebbero essere necessari giorni. Spesso gli obiettivi di RPO (il punto in cui è stato eseguito l’ultimo backup) e RTO (la tempistica massimautile per il ripristino dei servizi o dei sistemi) sono definiti in documenti obsoleti, basati su stime teoriche e mai aggiornati rispetto alla crescita esponenziale dei volumi di dati, lasciando il business all’oscuro dei reali rischi operativi.
- Costi occulti e “zombie data”: Nel timore di perdere qualcosa, si tende a proteggere tutto indiscriminatamente. Questo porta le aziende a conservare petabyte di dati ROT (Redundant, Obsolete, Trivial) che non hanno alcun valore. È uno spreco oltre all’impatto economico, questa pratica riduce l’efficienza delle finestre di backup e aumenta la complessità operativa, sottraendo risorse alla protezione dei dati realmente critici.
- La compliance come burocrazia, non come strategia: Molte aziende si limitano ad adempiere al minimo indispensabile per non incorrere in sanzioni. Tuttavia, normative come GDPR e NIS2 impongono la necessità di conoscere precisamente l’ubicazione e l’accesso ai dati. La maggior parte dei sistemi di backup tradizionali opera come una “scatola nera”: il reparto IT possiede un file di backup, ma l’accesso ai dati in esso contenuti è limitato e richiede l’esecuzione di procedure complesse. Di conseguenza, rispondere a un audit si trasforma in un processo manuale, dispendioso in termini di tempo e risorse, basato sull’uso di fogli Excel e dati spesso disallineati.
La risoluzione parte dal cambiamento di mindset (ma forse esiste qualcosa che può aiutarci)
La risoluzione di questi problemi è, oggettivamente, tecnica.
Saper gestire i backup, capirli, è un lavoro per professionisti, tuttavia è necessario che il management prenda consapevolezza di questa gestione: la compliance deve essere un investimento poiché può aiutare le aziende a strutturarsi in modo consapevole, rendendole non solo più resilienti ma anche più produttive.
Avere il controllo di un settore così specifico non è semplice ma, proprio per affrontare queste criticità, è nato Salazar. Salazar centralizza i dati su una piattaforma unica, visualizza in modo chiaro i valori di RPO e RTO non solo per ogni singolo asset, ma anche per intere funzionalità aziendali (come un dipartimento o un servizio specifico), aggiornandoli in modo continuativo e permettendo di scaricare report di analisi.
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